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" L'UCCELLETTO IN CHIESA "
Era d’estate e un povero uccelletto,
ferito dalla fionda di un maschietto,
volo’, per alleviar la parte offesa,
sull’ampio davanzale d’una chiesa.
Dalle tendine d’un confessionale,
il parroco intravide l’animale,
ma poi lasciando correr continuo’
a confessar chi piu’ o men pecco’.
Mentre in piedi, in ginocchio od a sedere
diceva ogni fedel le sue preghiere,
una donna, notato l’uccelletto,
lo prese in mano e se lo strinse al petto,
quand’ecco all’improvviso il cinguettio
s’udi’ di quell’uccello: pio, pio.
Qualcun rise, ma il prete a quel rumore
il ruolo abbandono’ del confessore
e scuro in viso peggio di un eclisse,
sali’ sul pulpito e cosi’ disse:
“Fratelli, chi ha l’uccello, per favore,
abbandoni la Casa del Signore .”
Gli uomini, stupiti a tal pretesa,
incominciarono a uscir di chiesa,
ma il prete, che si era espresso male,
“Fermi”, grido’, cercate l‘animale.
Rientrate tutti e statemi a sentire:
sol che ha preso l’uccello deve uscire.”
A testa bassa, la corona in mano,
cento donne s’alzaron piano piano.
E mentre dalla chiesa andavan fora,
il parroco grido’ “Ho sbagliato ancora,”
non volevo dir quel che voi pensate,
mi scuso, date retta, rientrate.
Volevo intendere, senza fare offesa,
coloro che l’uccel han preso in chiesa.”
A tale detto e nello stesso istante
le monache s’alzaron tutte quante.
Quindi col viso pieno di rossore
lasciarono la Casa del Signore.
“Vergine santa”, grido’ di nuovo il prete,
rientrate, sorelle, e state quiete.
Ritornate tranquille al vostro posto
se mai cercando dove sia nascosto,
perche’ costui, come i delinquenti,
non profani la chiesa e i sacramenti.
Fratelli, non vorrei pregarvi invano:
esca soltanto chi ha l’uccello in mano.
Una ragazza con il fidanzato,
nascosta dietro un angolo appartato
d’una cappella dietro le transenne,
in preda alla paura quasi svenne.
E disse a lui che gia’ l’aveva corto:
“Te lo dicevo, hai visto, se n’e’ accorto.”
Ma il parroco, che nulla avea notato,
Ritorno’ giu’, guardando in ogni lato,
a confessar di nuovo i peccatori
sperando che l’uccel volasse fuori,
che’ altrimenti “quel testa di ca …
se io lo l’accappio, subito l’ammazzo.”
Meglio pero’ se se ne fosse andato
lontano dagli altari e dal sagrato,
perche’ un uccello in chiesa e’ un’eresia,
e lo sarebbe pure in sacrestia.
Ma era proprio li’, in quella stanza,
tra cotte e tuniche, tra ganzo e ganza,
cioe’ tra la perpetua e il sacrestano
che giocavano a scopa sul divano:
un mobile acquistato dal curato
per riposar quand’era affaticato.
Ma stanchi mai non erano quei due
a renderlo cornuto come un bue,
benche’ da lui avesser da molti anni
amicizia, alloggio, vitto e panni.
Si vede che Amore scaglia i sui dardi
dove gli capita, senza riguardi,
colpendo tutti e pur anche quanti
vivono in chiesa tra Madonne e Santi.
Si vede che a giostrar diverte piu’
che a leggere il vangelo di Gesu’.
Cioe’ che il piacere della carne
non sa d’ogni altro svago cosa farne.
Per cui e’ inutile pensare bene
e voler per forza mettere catene
al coso ed alla cosa con i quali,
giocando si guariscon tutti i mali.
E puo’ ogni specie ancora continuare
a vivere in cielo, in terra e in mare.
°°°
Morale multipla: sceglierne una,
quella che puo’ sembrar la piu’ opportuna.
1- Noi tutti a quella cosa ed a quel coso,
simboli naturali della vita
pure se fermi in stato di riposo
dobbiamo gratitudine infinita,
perche’ e’ per loro che l’umanita’
e’ ancora viva ed ancor vivra’.
2- Dovremmo innalzare un monumento
a chi l’ha grosso e lungo fino al mento
ed a quella che l’abbia cosi’ grande
da non coprirla tutta le mutande.
Avrebbero quei due ancor più onore
di tutte quante le più caste suore.
3- Di statue ne dovremmo alzare cento
in onore di due che, pien di voglie,
lo abbia lui piu’ grosso d’un giumento
e lei più d’una vacca che l’accoglie.
Avrebbe il monumento tal successo
da indur chi è casto a dir:
“Quanto son fesso …”
(Esilarante storiella d’ignoto autore – non so se antico o moderno –
cui chiedo scusa di essermi permesso di rielaborarne e ampliarne il
testo rendendolo anche metricamente passabile, poiche’ l’originale
pervenutomi e' costituito solo da pochi versi sgrammaticati e da
qualche aggiunta in prosa. Evidentemente, passando di mano, e' divenuto irriconoscibile)..
Turiddo Guerri 29.3.2007
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